martedì 31 gennaio 2017

Amici animali

Cicogne sacre nel nido
di Michela Pezzani




La fedeltà dei volatili che restano uniti per tutta la vita e allevano insieme i piccoli.
La simbologia dei “ciconiidi” insegna “rispetto per i genitori”.

In cima ad un tetto di una fattoria in Germania c’è un nido di cicogne. Sono uccelli sacri, messaggere di buona fortuna, della primavera, tenerezza, affetto, prudenza, castità, prudenza. In ebraico “pietà”.
Il contadino ne è molto fiero. Alcuni anni fa aveva messo una vecchia ruota di carro proprio sulla cima sperando che una coppia di cicogne vi costruisse il nido … ma le cicogne orami sono molto rare in Europa e anche altrove. Per molto tempo il contadino aveva atteso invano. Poi un giorno di primavera, mentre tutti gli uccelli tornavano dalle loro migrazioni invernali, giunsero due cicogne in cerca di un posto adatto per fare il nido: un tetto, un campanile o un caminetto in riva a un lago. A un tratto notarono quella ruota di carro. Era proprio quel che ci voleva”. Non è una favola, ma una storia vera che la scrittrice Iliane Roels ha raccontato in un libricino da lei anche illustrato edito da Antonio Vallardi per la serie Animali in Famiglia. Il fascino di questo piccolo testo adatto sia agli adulti che ai bambini è un libro pedagogico e istruttivo che mette in relazione i segreti di Madre Natura con il comportamento umano attraverso l’identikit di un pennuto, o meglio di una coppia di pennuti simbolo di fedeltà eterna, dato che per amore restano insieme tutta la vita e si dividono equamente il compito di covare le uova e di crescere il piccolino “gambe lunghe e becco lungo” uscito dal guscio. Nelle vicinanze di quel tetto sul quale il contadino tedesco avevo posizionato la ruota di carro scelta dai “pennuti sposi” c’erano acquitrini dove le cicogne hanno trovato ranocchi a volontà di cui cibarsi perché proprio i ranocchi e affini sono la pappa preferita della elegante specie che in breve tempo ha trasportato ramoscelli e piume oltre a tralci di rampicanti, brandelli di stoffa ed erba che la cicogna femmina ha poi iniziato ad intrecciare tutti insieme. Sospettosi. i due animali hanno fatto la guardia affinché nessuno rubasse quel prezioso materiale e in otto giorni il nido era pronto: grande, solido e tondo, capace di resistere al vento e al maltempo. Alla fine di aprile la cicogna femmina vi ha deposto un uovo candido e dopo quattro giorni un secondo ed infine un terzo, grossi quanto uova d’oca e con il guscio leggermente lucido. Mentre la femmina covava le uova il maschio si è preso cura di lei, le ha portato a mangiare rane, topi e serpentelli e sempre con grande gentilezza tendendo con la punta del becco le prelibatezze alla moglie ogni volta che tornava al nido a che la femmina si alzava e si riposava in quella posizione. La sera, dopo un arruffarsi di penne, le due cicogne si sono accovacciate insieme sulle uova e a distanza di un mese esse si sono schiuse e ne sono usciti tre cicognini. Che in breve tempo sono diventati tre batuffoli di lanugine bianca e con le zampe rosee. Il papà cicogna ha quindi provveduto ad infilare nuovi ramoscelli nel nido affinché i piccoli non cadessero fuori ed i neonati avevano sempre fame chiedendo lombrichi, coleotteri e piccoli insetti. Fin dai primi giorni di vita, oltretutto, la caratteristica che li contraddistingue nell’alimentazione è che i figlioli non vengono nutriti come gli altri uccellini dato che i genitori masticano il cibo per loro, lo gettano nel nido e loro lo devono raccogliere e inghiottire da soli e in tutto essi hanno bisogno, in capo a tre settimane, di mangiare circa mezzo chilo di pranzo a testa. Anche all’acqua fresca provvedono mamma e papà cicogna portandola al nido tenendola nel gozzo, e quando fa molto caldo spruzzano addirittura i cicognini e a volte allargano le ali su di loro per far ombra o per proteggerli dalla pioggia. I cicognini crescono e si irrobustiscono ed il nido diviene sempre più stretto. I loro becchi iniziano già a schioccare e d in poco tempo i piccoli di cicogna imparano a parlare come i loro genitori, forte o piano, a volte lentamente altre volte in fretta, con allegria o con tristezza. Poi viene il giorno in cui le difficoltà iniziano a farsi serie e gli spilungoni devono imparare a volare. Stanno ritti sul bordo del nido agitando le ali ed i genitori mostrano come si fa, ma il tutto non è facile come sembra. Dapprima i cicognini riescono ad arrivare solo al colmo del tetto e poi la volta seguente fino al granaio, ma ogni giorno migliorano finché arriva il grande evento, quando seguono i genitori a caccia di rane negli stagni. Verso la fine di luglio, infine, arriva il momento del grane viaggio e prima della partenza tutte le cicogne della zona si radunano in un certo prato, finché si levano in aria, per un po’ volteggiano in cerchio sopra i campi che li hanno ospitati e poi puntano in una direzione e spariscono in lontananza. La loro meta è l’Africa e lo stormo di quei trampolieri bianchi si fa sempre più numeroso, con i più giovani che volano in testa. Il volo è lungo e difficile: ci sono molti pericoli e attraverso lo stretto di Gibilterra e il deserto del Sahara, le cicogne volano alte sopra le foreste del Congo fino al sud del continente africano, mentre un’altra parte dello stormo ha seguito la rotta orientale, sopra i Balcani, il Bosforo, fino all’Asia Minore.
Quanto abbiamo da imparare dalla Natura! E come diceva il maestro Alberto Manzi con il quale quando eravamo piccoli molti di noi hanno a leggere e scrivere “Non è mai troppo tardi”.


Per non dimenticare

Mendelssohn “negato” rivive al Quirinale
di Michela Pezzani




Se fosse stato ancora vivo non sarebbe scampato ai campi di sterminio. Il compositore, direttore d’orchestra, pianista, organista ebreo tedesco Jakob Ludwig Felix Mendelssohn Bartholdy(1809- 1947) è uno degli artisti la cui musica fu messa al bando dal Terzo Reich. Nel 1933, il ministro della Propaganda nazista Joseph Goebbels mise in atto il cosiddetto "allineamento della cultura", in base al quale adeguava ai dettami del nazismo la produzione artistica del paese. Epurazione era la parola d’ordine e l’ operazione fu attuata per un numero considerevole di artisti nei più svariati campi artistici, tra cui quello musicale.
Nel Giorno della Memoria del 27 gennaio 2017 che è stata onorata con una cerimonia al Quirinale, trasmessa in diretta su Rai 1 e presenti il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ministri, il sindaco di Roma Virginia Raggi, rappresentanti delle comunità ebraiche, sopravvissuti ai lager, familiari di vittime della shoah e folto pubblico tra cui buona parte giovani, la musica di Mendelssohn ha portato luce e speranza interpretata dalla pianista Monica Ferracuti che ha eseguito brani tratti dai "Lieder ohne Worte".
Geniale esponente del prino Romanticismo, autore di sinfonie, concerti, oratorio, musica per pianoforte (celebre la Romanza senza parole) e musica da camera, Mendelssohn era figlio di una ricca e colta famiglia di spicco e nipote del filosofo Moses Mendelssohn, non ebbe educazione religiosa fino a sette anni. Amico di Wolfgang Goethe già anziano che gli volle bene come ad un figlio, rivelò fin dall’adolescenza uno stile molto personale, originale e di forte intensità emotiva.

da L’Arena 27 gennaio 2017

venerdì 27 gennaio 2017

Voce ai Diritti

13 enne allontanato dalla mamma perché effeminato: il dramma dei minori che rimangono soli.

Di Marica Malagutti






Ci sono diversi casi che come professionista, ma anche come semplice lettrice della stampa mi fanno pensare o meglio preoccupare rispetto alle famiglie di oggi.
Le separazioni sono all’ordine del giorno, ma purtroppo sono solo la fase opposta dei matrimoni, in cui si rimane legati non per amore, ma per odio.
Non si può parlare quindi di vera separazione perché non vi è libertà.

I genitori continuano a lottare uno contro l’altro e i figli ne subiscono le conseguenze.
Anche se ci sono diversi strumenti istituzionali, pubblici e privati che intervengono a sostegno di queste problematiche, ancora molte cose non funzionano, ancora la sofferenza sovrasta non solo gli attori principali della separazione, ma anche figli e parenti.

Non è possibile che come si legge sui giornali un ragazzino di 13 anni venga allontanato dalla mamma per un comportamento effeminato, ma anche in altri casi per alta conflittualità o ancora perché non vuole vedere uno dei genitori.

Sul caso del ragazzo effeminato il dispositivo del tribunale dei minori di Padova scrive: «…tende in tutti i modi ad affermare che è diverso e ostenta atteggiamenti effeminati in modo provocatorio. Il suo comportamento è legato quasi esclusivamente a figure femminili. Detiene un’Identità sessuale incerta – L’adolescente non potrà, dunque, più stare con la madre. Madre con cui il rapporto, secondo il Tribunale, era viziato da “aspetti di dipendenza, soprattutto riferendosi a relazioni diadiche con conseguente difficoltà di identificazione sessuale”. Secondo quanto riportato dal quotidiano locale, il 13enne si era presentato a scuola con gli occhi truccati, lo smalto alle unghie e brillantini sul viso. Tanto è bastato a decretare l’allontanamento dalla famiglia nonostante la replica della madre secondo cui il ragazzo si era presentato truccato solo in occasione di una festa di Halloween in terza elementare. In ogni caso, ha sottolineato la donna, “se anche fosse omosessuale per me non sarebbe certo un problema…”».


Sarebbe interessante valutare la realizzazione personale e lavorativa di chi ha passato gli anni dell’infanzia e/o adolescenza in una comunità.
Dopo anni di esperienza nel mio lavoro ho raccolto testimonianze di giovani adulti che sono stati istituzionalizzati e la sofferenza di queste persone è veramente grande, ma quello che ha detto una bambina di appena 5 anni fa veramente riflettere.
Un giorno mentre descriveva un episodio del suo breve passato, ha esordito riferendosi alla comunità in cui era stata inserita: “quando ero in nessun posto…” come possiamo pensare che un minore possa imparare, giocare, crescere in modo adeguato senza un affetto e un punto di riferimento importante?

Sicuramente se un bambino manifesta problematiche scolastiche e relazionali dovrà frequentare un “dopo scuola“, laboratori per migliorare e crescere in modo consono e i genitori potranno fare percorsi personali o sulla genitorialità, ma spezzare legami affettivi può creare danni ben più gravi di quelli iniziali.

È importante sapere infine che la deprivazione o carenza di cure materne viene indicata come un quadro di ritardo evolutivo composito, in quanto relativo a tutti gli aspetti dello sviluppo fisico e psicologico e che colpisce soggetti che nell’infanzia non hanno ricevuto cure adeguate.

Bowlby nel 1951 ha sostenuto che i bambini privati dell’opportunità di instaurare una relazione di attaccamento avrebbero sviluppato un carattere anaffettivo. Negli anni 70’ diversi studi hanno dimostrato che il grave ritardo evolutivo che caratterizzava i bambini che crescevano in un istituto non era dovuto alla separazione della madre in sé ma dipendeva direttamente dalle condizioni carenti, in primo luogo in termini relazionali, della vita di istituto.

Occorre quindi una ricerca approfondita e longitudinale per valutare i metodi di sostegno famigliare presenti nel nostro Paese e in questo caso prendo spunto da quello che mi ha detto un ragazzo che fin da bambino entrava in comunità e poi regolarmente scappava a casa proprio da quei genitori che erano stati definiti maltrattanti. ” Io non ho niente contro la comunità anche perché mi aiutano a studiare, ma ho voglia della mia mamma, del mio papà e dei miei fratelli”.

La soluzione trovata insieme al ragazzo e agli operatori sociali è stata quella di inserire il ragazzo in una struttura non lontana da casa, introdurre telefonate quotidiane e il rientro a casa il venerdì pomeriggio dopo i compiti e per tutte le feste.

Il compromesso trovato in questo caso ha aiutato sia il ragazzo che i genitori a superare il dolore della lontananza e di costruire un progetto concreto di cambiamento.















MirAbilmente

Per on dimenticare
Disabili e Shoah:
 memoria dell’ orrore
di Michela Pezzani

Adulti, bambini, neonati: sono dai 60.000 ai 100.000 i portatori di handicap sterminati nelle camere a gas dalla brutalità nazista secondo il Progetto T4 ideato da Adolf Hitler.




Occorre che la Giornata della memoria ricorra tutto l’anno nella coscienza di  ognuno di noi e non solo il 27 gennaio. Ricordare e riflettere sul genocidio  nazista non è un dovere, ma un obbligo: per non dimenticare e continuare a riflettere su un dramma senza eguali.  Forse non tutti sanno, però, che  le vittime dell’Olocausto non furono solo gli ebrei ma anche omosessuali, malati di mente, zingari e   disabili, questi ultimi, sia bambini che adulti, utilizzati anche come  le prime cavie designate di tutte le tecniche di annientamento, sterilizzazione e eutanasia.
Tutto ciò  faceva capo al Progetto T4 (Aktion T4) ossia l’ eutanasia dei disabili (il nome convenzionale era  Programma nazista eutanasia) che sterminò, secondo i dati storici, dalle 60.000 alle 100.000 persone.
 T4 è l'abbreviazione di "Tiergartenstrasse 4", l'indirizzo del quartiere Tiergarten di Berlino dove era situato il quartier generale dalla Gemeinnützige Stiftung für Heil- und Anstaltspflege, l'ente pubblico per la salute e l'assistenza sociale.
Nell’ottobre del 1939 Hitler aveva convocato una riunione informale alla presenza di Hans Henrich Lammers, ministro della cancelleria, Leonardo Conti, subentrato a Wagner come medico generale del Reich e Martin Bormann, segretario particolare e vera e propria "anima nera" del Fuhrer, per illustrare scopi e modalità del progetto.
Dopo la campagna di sterilizzazione, l’eliminazione dei disabili adulti, istituzionalizzati e non, mirava, nella deriva ideologica del nazismo, a cancellare il passato: quindi  la strage dei bambini  seguiva l’intento folle  di annientamento di un certo presente  immondo e degradato, tale era considerata l’infanzia affetta da handicap. La sterilizzazione, l’internamento e  la deportazione delle persone handicappate, iniziarono subito dopo l’ascesa al potere di Hitler e nel nome della razza pura l’orrore fu compiuto già  prima con appunto una campagna di  sterilizzazione a tappeto, per poi arrivare all’uccisione sistematica. Per citarne uno dei tanti carnefici che si macchiarono di tale orrore si pensi al  dottor Henrich Gross, psichiatra di Vienna, accusato di aver effettuato oltre 300 esperimenti usando bambini disabili come cavie umane.
Lo sterminio dei disabili nei lager, adulti,  bimbi, neonati, era una catena di montaggio: ogni campo era dotato di cosiddetto   personale medico, che spesso non aveva nessuna cognizione anatomica e spesso veniva reclutato a caso anche tra gli studenti universitari, e al loro fianco personale infermieristico e  fuochisti addetti alla gasazione, al crematorio e  alla cremazione dei cadaveri.
Prelevati dagli istituti in cui erano ricoverato, i disabili  venivano portati ai campi di uccisione e quindi  smistati nelle stanze di accoglienza situate di solito sopraelevate  sopra le camere a gas. Dopo la spoliazione degli abiti e degli effetti personali( che venivano raccolti con cura dal personale infermieristico e andavano ad ingrossare un fondo nero del T4, le persone venivano prima sottoposti ad una sommaria visita medica per vedere se avevano denti e placche d’oro, poi  li si  marchiava con nastro adesivo e li si   inviava a fare la doccia, che in realtà erano le camere a gas ( erano chiuse ermeticamente e si dava   fiato a quattro soffioni posti in alto attraverso un meccanismo collocato in un camerone adiacente. La morte sopravveniva nel giro di 10 minuti dopodiché il personale di servizio accatastava i cadaveri, li conduceva al crematorio e, in maniera sommaria, provvedeva all’accatastamento delle ceneri in una fossa comune.

Quelle dei disabili –  disse Adolf Hitler – erano vite indegne di essere vissute”.

venerdì 13 gennaio 2017

La Forza della Mente

Strage Ferrara: «quando l’amore tace la morte parla»

di Marica Malagutti



Non è possibile! Ha la mia età e abita in provincia di Ferrara, lo potrei conoscere oppure potrei essere amico di persone che lo conoscono… come ha potuto solo immaginare di far del male ai suoi genitori e ha addirittura organizzato la loro morte.
Mamma, mi dici perchè?
Così ha esordito mio figlio quando ha saputo dell’omicidio di due persone uccise in modo premeditato, quindi pensato, organizzato dal loro stesso figlio 16 enne, che ha chiesto all’amico di compiere il massacro in cambio di 1.000 euro.
Il fatto che non andasse bene a scuola che uscisse alla sera che magari fumasse degli spinelli non può essere considerato una causa, ma un campanello d’allarme che può suggerire che qualcosa non va, anzi che tutto non va.
Tutti siamo pronti a giudicare e a trovare una spiegazione. Perché secomprendiamo abbiamo la speranza o meglio l’illusione di controllare la realtà che ci circonda ed evitare che la paura, il dolore, la violenza e l’orrore entrino nelle nostre vite e ci sovrastino.
Quante persone, quanti genitori avranno ascoltato e letto di questa tremenda tragedia paragonando la propria vita a quella dei protagonisti di questa storia. È un meccanismo inevitabile, inconscio.
In questi casi occorre invece fermarci e rimanere in silenzio. Due ragazzi, minorenni, hanno eliminato due genitori e non è tanto importante la motivazione a cui possono giungere gli inquirenti, quanto la distruzione di quello che dovrebbe essere l’amore più profondo e grande: quello tra genitori e figli.
Cosa posso rispondere ora a mio figlio? Se parlassi professionalmente sarebbe inevitabile rispondere che il legame tra quei genitori e il loro figlio non era sano, che non vi era comunicazione e il ragazzo era solo nella sua crescita, che magari è colpa delle sostanze stupefacenti che assumeva e dei videogiochi a cui giocava.
Ma non ho detto nulla di tutto questo. Ho taciuto e ho messo l’accento sulla mancanza d’amore che oggi più che mai si vive, tutto diventa possibile perché 1000 euro sono più importanti dell’amore che abbiamo non solo verso gli altri, ma anche e soprattutto verso noi stessi. Siamo qualcuno in base a quello che abbiamo, a quanto possediamo e non a come ci comportiamo e a quanto amore diamo e riceviamo. Purtroppo questo caso è l’ultimo di molte tragedie consumate da ragazzi in preda e artefici dell’istinto di morte che prevale sull’amore.
Ricordiamo infatti Doretta Graneris che a 18 anni con il suo fidanzato nella notte tra il 13 e il 14 novembre 1975 a Vercelli, uccide i genitori, i nonni maerni e il fratello allora 13 enne. Doretta ha poi dichiarato che l’educazione familiare era troppo rigida
Ferdinando Carretta il 4 agosto 1989 a Parma uccide i genitori e il fratello. Fa credere che i suoi familiari sono partiti per i Caraibi e solo 9 anni più tardi confessa la sua responsabilità in tv.
Pietro Maso il 17 aprile 1991 a 19 anni uccide a bastonate i genitori con l’aiuto di tre amici per ereditare i soldi e fare la bella vita”
Carlo Nicolini a 26 anni il 21 aprile del 1995 a Sestri Levante (Genova) uccide i genitori a colpi di fucile, poi ne dilania i corpi estraendo con le mani le viscere.
Erika De Nardo e Omar Favaro il 21 febbraio 2011 a Novi Ligure (Alessandria) uccidono, con 96 coltellate, la mamma e il fratellino di Erika,
Guglielmo Gatti il 30 luglio del 2005 uccide e fa a pezzi a Brescia gli zii che abitano nell’appartamento in cui lui vive con i genitori.
Valerio Ullasci il 2 dicembre 2008 a 30 anni massacra i genitori nella villetta alle porte di Roma.
Igor Diana il 12 maggio 2016, figlio adottivo uccide a bastonate i genitori nella loro abitazione a Settimo San Pietro, in provincia di Cagliari. Dopo una fuga durata 35 ore arrestato confessa: «E’ stato un raptus e poi si suicida in carcere
Oggi giorno si dà colpa facilmente a tante cose come telefoni, i videogiochi, internet, le brutte compagnie, una «cattiva educazione, un brutto rapporto con i genitori, la solitudine dei giovani, mancanza di una vita cosìdetta normale. Ma queste sono circostanze, strumenti. Dipende dall’animo umano superare le difficoltà e saper utilizzare le cose che ci circondano per un’azione d’amore e non come motivazione per agire la morte, altrimenti come dice Shakespeare “Il Resto è Silenzio”».


martedì 10 gennaio 2017

Libraperto

Le sonore bugie
 di Pinocchio

di Michela Pezzani

In un audiolibro edito da Giunti  l’attore Paolo Poli presta la voce al burattino di legno  che diventa bambino e nacque dalla penna di  Carlo Lorenzini, detto Collodi, 131 anni fa.





E’ uno dei libri per l’infanzia più letti, ora  disponibile anche per i disabili della vista in un audiolibro edito da Giunti(2011, Euro 12),  più che letto, interpretato, dall’attore Paolo Poli, recentemente scomparso.  “Le avventure di Pinocchio”, ovvero la storia del burattino intagliato nel legno dal povero falegname mastro  Geppetto e  che diventa bambino,  è frutto della penna del giornalista e scrittore fiorentino Carlo Lorenzini, detto Collodi(24 novembre 1826 – 26 ottobre 1890): un capolavoro della letteratura capace di   catturare il lettore fin dall’incipit che recita;
 “C’era una volta… - un re! - diranno subito i miei piccoli lettori. No ragazzi, avete sbagliato: c’era una volta un pezzo di legno”.
Le  peripezie del personaggio al quale si allunga il naso a dismisura quando dice bugie sono raccolte in un elegante cofanetto che contiene il cd e un libretto corredato dalle illustrazioni del disegnatore Enrico Mazzanti, le stesse che  apparvero sulle prime edizioni del volume presentato nel 1883 dalla Libreria Editrice  Felice Poggi di Firenze. Irriverente e simpatico allo stesso tempo , il Pinocchio narrato a Poli risalta in tutta  la sua personalità eclettica attraverso l’interpretazione dell’attore (anch’egli toscano di Firenze) che con la sua arte recitativa, timbro e melodia vocale, ha saputo nono solo dare voce al fascino della fiaba ma l’ha resa visibile,  sceneggiando e rendendo plastica l’indimenticabile racconto che è il  libro italiano più letto  e tradotto al mondo, pubblicato in 187 edizioni e tradotto in 260 lingue.

Le avventure di Pinocchio” apparve per la prima volta a puntate il 7 luglio 1881, col titolo “Storia di un burattino”,  sul primo numero della rivista per l’infanzia Giornalino per i bambini, fondato da Ferdinando Martini, considerato il pioniere dei periodici italiani per ragazzi. Il frutto di un pezzo di legno da catasta e non certo di un  ciocco di lusso, ovvero Pinocchio, il ragazzino che tutti sentono di avere per amico ed è riuscito, fin dalla sue prime marachelle, a darci sia  lezione di sana trasgressione che motivo di riflessione, supera dunque le barriere della carta stampata per arrivare,  sonoro, a chi ha orecchie per ascoltare, con la sua estrema attualità di  eterno sogno ad occhi aperti,   forte  di una freschezza originaria, evergreen, capace di incantare e disincantare. L’audiolibro ha partecipato alla 48° edizione del Bologna Children’s Book Fair- Fiera del libro per ragazzi e a partire dai sei anni in su ha molto da insegnare a tutti

lunedì 9 gennaio 2017

MirAbilmente


La casa dell'ospitalità che abbatte le barriere 
di Michela Pezzani





Suonare al numero 17 di Corso Porta Borsari al campanello "Casa disMappa" (www.dismappa.it) porta bene e non solo a chi è in carrozzina. Anche gli ipovedenti possono muoversi agevolmente in questo luogo illuminato ad hoc e senza barriere che compie un anno proprio oggi, perché l'appartamento reso per metà pubblico, fa stare bene anche i normodotati, ovvero chi non ha problemi di handicap e magari accompagna chi è portatore di disabilità. Gli ideatori e inquilini al servizio della civiltà di Casa disMappa, (associazione di promozione sociale senza scopo di lucro inaugurata il 3 dicembre 2015) sono Nicoletta Ferrari e il suo compagno, il musicista Luca Pighi, uniti nella vita e nel lungimirante progetto di "diffondere la cultura dell'accessibilità".«Lo spirito che ci sostiene è di valorizzare la città di Verona tramite i luoghi e gli avvenimenti accessibili a tutti», spiega la Ferrari, in sedia a rotelle dal 1989 a causa di un incidente, e prosegue: «L'ospitalità a chi viene da fuori è fin dall'inizio nello spirito della nostra onlus».Nei 75 metri quadrati di spazio a utilizzo pubblico, ovvero la metà dell'appartamento in cui prevale il colore bianco latte su muri e pavimenti tutti in piano e senza alcun ostacolo né fughe affinché siano scorrevoli per le carrozzine, Casa disMappa offre anche la stanza dell'ospitalità, realtà unica in Italia pensata per chi arriva in città e ha bisogno di riposare, fare una doccia, restare a dormire per un massimo di tre notti - il tutto assolutamente senza barriere - dotata di tre posti letto componibili e scomponibili per fare piazza singola o matrimoniale, guardaroba e specchi ad altezza carrozzina e un «abile bagno costruito in ogni dettaglio privo di impedimenti».«Sono tante le persone che sono venute a visitare Casa disMappa, italiani e stranieri», spiega Nicoletta precisando che non è un bed and breakfast. «I primi ad arrivare sono stati gli artisti di strada Tarek Drago e Sara Draghetta, ballerini sputafuoco di Bergamo, lui in carrozzina e lei no, fino a Luisa, di Monaco, di origine italiana e che aveva desiderio di rivedere su quattro ruote Verona».«I loro pensieri e firme sono nel libro degli ospiti sul tavolino sotto la finestra» indica la Ferrari mostrando il panorama che i visitatori possono godere dai vetri che danno sulla chiesa di San Giovanni in Foro, il campanile di Santa Eufemia e i tetti del centro storico.Tra le curiosità della stanza dell'ospitalità, spicca inoltre il maniglione della doccia a forma di Adige (con una mappa artistica di Verona sul muro retrostante) con tanto di ponti e una presa assolutamente "garantita", come per dire che anche chi non cammina più con i piedi, può avere Verona in mano.

La Forza della Mente

Letteratura e psiche 
La poetessa sola è dietro la porta
di Michela Pezzani







Isolata dal mondo nella sua casa di mattoni circondata da un lussureggiante giardino, l’americana Emily Dickinson(10 dicembre 1830- 15 maggio 1886) fece della solitudine una scelta di vita e di arte. E’ considerata tra i maggiori lirici del XIX secolo e soffriva di depressione
“L’anima sceglie il suo compagno e chiude la porta. Tu non turbare più la sua divina maturità. Impassibile ella vede cocchi sostare giù alla soglia. Impassibile vede un re prostrasi ginocchi sulla stuoia…”.
E’ una lirica della più grande poetessa americana, Emily Dickinson, figlia di famiglia borghese puritana, e che visse trentanni, sul filo di una mai diagnosticata depressione, senza varcare la porta di casa, ma con risolutezza e consapevolezza, sorretta da una determinazione che la portò ben oltre l’auto segregazione. Ad Amherst, piccola amatissima città del Massachussetts c’è ancora al numero 280 di Main Street la casa costruita dal nonno di Emily Dickinson: in mattoni, con porticati e una torretta circondata da prati e vecchi alberi di alto fusto come pini e cedri del Libano.







Qui nel secolo scorso i Dickinson ricevevano magistrati e giornalisti di grido,pastori e uomini politici con le loro moglie. Agli eleganti tè lo sguardo di tutti correva alla stanza dalla quale raramente scendeva Emily che di solito stava sempre chiusa nella sua camera e quando eccezionalmente appariva, scivolava poi frettolosamente fra gli ospiti distribuendo laconici saluti per poi eclissarsi immediatamente.
Emily visse quasi trent’anni relegata in casa, e precisamente nella sua camera da letto se nell’edificio c’erano estranei, e in quella camera, seduta ad un piccolo tavolo scrisse 1775 poesie all’insaputa di tutti, nonché 500 lettere. Le poesie non sono di facile lettura e quasi sempre ammantate di metafore e di simboli, pervase di malinconia ma anche di ironia, frutto di una passione che non ha niente a che fare col Romanticismo il quale non attecchì mai in America. Sono state fatte molti ipotesi sulla volontaria “reclusione” di Emily e molte sue reticenze hanno alimentato una vera e propria leggenda. Qualcuno volle far apparire la Dickinson come una eterna bambina intenta solo alla quotidianità domestica, agli affetti familiari, alla natura, ma in realtà, attraverso questo suo mondo limitato lei sapeva approdare a riflessioni di portata universale e le sue prese di coscienza, i suoi dubbi di fede e la sua religiosità ne fanno una figura problematica più accettata però da noi, oggi, che da suoi contemporanei. Eccetto sei componimenti poetici pubblicati in vita, ma anonimi e senza autorizzazione dell’autrice, il resto delle sue poesie furono trovate dopo la morte di Emily dalla sorella Lavinia, nascoste in una cassapanca nella camera da letto della letterata, accuratamente cucite in volumetti. Ma ce n’erano anche scritte su biglietti, rovesci di fatture, margini di giornale e libri di cucina ed altre ancora allegate alle lettere la cui edizione definitiva è solo del 1958. 






Le attribuivano carnagione delicata e denti bianchi e lei stessa parlava di sé dicendo in una lettera del 1862 quando aveva poco più di trentanni: “Sono piccola come uno scricciolo, i capelli li ho di colore deciso come la lappa castana e gli occhi come lo sherry avanzato nel fondo del bicchiere degli ospiti”.


Da Vita Vera. Rivista di cultura e volontariato.
Riproduzione vietata.

La Forza della Mente


Depressione e Diritti del fanciullo. 
La storia di Rosa
di Marica Malagutti






Nell'articolo precedente si è parlato di bipolarismo in cui possono sussistere episodi depressivi e maniacali.
Ora può essere interessante approfondire lo stato depressivoin relazione alla violazione del benessere e della crescita del fanciullo.
Considerando i Diritti Umani e nello specifico i Diritti del Fanciullo e dell’Adolescente presenti nella Convenzione di New York 1989 è importante notare che nell’Art.3 si evidenziano la protezione e le cure necessarie al benessere del fanciullo.
Anche nell’Art. 30 della nostra Costituzione troviamo il dovere e diritto dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli. Sembrano solo parole quasi scontate. È normale pensare che i genitori debbano educare i figli, ma è meno comune conoscere l’oggetto dell’educazione e il vero bene dei nostri giovani.
Se noi semplicemente gli induciamo a comportarsi bene e a studiare non consideriamo la complessità del loro bene. A volte presi dal lavoro e da altri impegni non li conosciamo anzi, non li riconosciamo e loro si perdono chiudendosi in sé stessi o fuggendo in gruppi amicali non sempre adeguati o ancora appaiono sintomi fisici come sbalzi di peso e disturbi del sonno.
Ecco infatti il caso di Rosa, una giovane donna tendente all’obesità che quando è venuta nel mio studio la prima volta mi ha detto: “lo so che dovevo venire prima, ma sono indolente e non ho mai voglia di fare le cose“. Rosa lavora in un piccolo ospedale di provincia lontana da dove è nata e cresciuta e i turni non aiutano certo ad una regolarità del sonno e dei pasti.
Dice che non riesce a fiorire come donna è disordinata, sovrappeso e non ha mai avuto un ragazzo. Dalla sua storia emerge una bambina e poi una ragazza studiosa e frequentante la parrocchia. Ha una sorella più giovane, un padre sempre al lavoro e una madre dedita all’ordine della casa e a far da mangiare.
Rosa racconta che non ha mai fatto nulla in casa perché c’era la mamma e la prima volta che è uscita di casa faticava anche a fare il letto.
La giovane donna è ben educata e dopo un buon percorso scolastico ha vinto un concorso e quindi sembra che il ruolo genitoriale abbia dato un buon esito. Ma che cosa non è avvenuto? Nessuno ha educato Rosa a coltivare le sue passioni.
Lei amava suonare e cantare, ma solo la nonna le regalò una chitarra. La mamma preferiva fare le cose da sola e non ha educato la figlia all’ordine dei propri spazi e alla cucina, non solo perché saper gestire la casa e l’alimentazione è importante, ma soprattutto perché era una cosa che potevano condividere e l’apprendimento è tanto più incisivo quando avviene in modo naturale proprio facendo le cose insieme.
Rosa in uno dei colloqui ha riconosciuto anche che non sapeva cosa mangiare perché la mamma decideva sempre lei, questa giovane donna non sapeva nemmeno desiderare. La madre non ha conosciuto e riconosciuto la figlia e Rosa si è chiusa in un attaccamento al cibo sregolato, come sostituto di un blando e deviante attaccamento alla madre.
I sintomi di Rosa erano tristezza, affaticabilità, indolenza, disturbi del sonno e dell’alimentazione. In seguito io stessa mandai la giovane dal medico per verificare la presenza di ipotiroidismo che in effetti era presente. La cosa straordinaria è stata che dopo sei mesi di psicoterapia Rosa ha cominciato un corso di canto che l’ha aiutata a sbloccare la situazione stagnante in cui viveva, ha conosciuto nuove persone, ha vissuto un innamoramento e dulcis in fundus dopo poco più di un anno le analisi del sangue hanno rilevato un miglioramento dei valori tiroidei.
Che cosa è dunque la depressione? Può essere definita anche come un sintomo causato dal non rispetto umano?
Oggigiorno si parla spesso di formazione genitoriale in cui si impara a risolvere i problemi che insorgono con i figli, ma forse sarebbe interessante inserire in questi percorsi anche e soprattutto l’analisi e il riconoscimento delle risorse dei nostri figli e soprattutto come aiutare i nostri giovani a potenziare le proprie capacità ed essere dunque più felici e realizzati.
Probabilmente così facendo i Diritti Umani comincerebbero essere rispettati in un mondo reale partendo proprio dalla famiglia.

La Forza della Mente

Oltre 3 milioni di Italiani soffrono di bipolarismo: sintomi, comportamenti e cura
di Marica Malagutti





L’età tipica d’esordio del disturbo bipolare è tra i 20 e i 30 anni, ma può insorgere a tutte le età; non c’è differenza tra uomo e donna anche se le donne hanno più episodi depressivi che maniacali.
In Italia a soffrirne sarebbe il 5,5% della popolazione generale.(fonte medici Italia).
Stando a queste cifre in Italia vivrebbero all’incirca oltre 3 milioni di persone affette da disturbi dello spettro bipolare. E quasi la metà si stima non siano a conoscenza di essere affette da questa patologia.
Dietro l’osservazione di comportamenti definiti patologici, dietro una diagnosi, c’è sempre un mondo che deve essere conosciuto e compreso nel profondo, proprio per trovare soluzioni il più efficaci possibile sia per la persona che soffre direttamente sia per la rete familiare. Ma alla fine che cosa ci può essere dietro le quinte del Disturbo Bipolare?
Ma che cosa è il Disturbo Bipolare?
Leggendo manuali psicologici e psichiatrici emerge, in sintesi, che tale disturbo, recentemente, è stato separato dai disturbi depressivi e posto come ponte tra lo spettro della schizofrenia e altri disturbi psicotici e i disturbi depressivi.
Si può parlare di Disturbo bipolare I come la versione moderna del disturbo maniaco-depressivo classico: nello specifico la magior parte degli individui che presentano episodi maniacali hanno anche episodi depressivi.
Nell’episodio maniacale vi è un periodo definito di umore persistentemente elevato, irritabilità, aumento anomalo dell’energia, senso di grandiosità, diminuito bisogno di sonno, maggiore spinta a parlare, successione molto veloce delle idee e distraibilità, agitazione psicomotoria, e grande difficoltà a portare a termine progetti.
Possono comparire comportamenti quali: acquisti incontrollati, atteggiamenti sessuali sconvenienti o investimenti finanziari avventati. Tutto appare possibile e fattibile, può insorgere una sensazione di ingiustizia subita e quindi grande irritabilità, rabbia e intolleranza.
In questa fase possono comparire sensazioni di essere perseguitati, controllati fino a raggiungere il delirio.
L’alterazione dell’umore è sufficientemente grave da causare una marcata compromissione del funzionamento sociale e lavorativo o da richiedere l’ospedalizzazione per manifestazioni lesive contro sè o o altre persone. L’episodio non è attribuibile agli effetti fisiologici di una sostanza (sostanza d’abuso o farmacologica) o ad altra condizione medica.
Nell’episodio depressivo maggiore l’umore è depresso con perdita del’interesse e piacere. Chi ne soffre si può sentire come triste, vuoto, disperato ed esprimersi anche sotto forma di lunghe lamentele. Vi può essere uno sbalzo del peso corporeo con aumento o diminuzione dell’appetito, disturbi del sonno, agitazioni o rallentamenti psicomotorie, faticabilità e mancanza di energia, sentimenti di svalutazione o di colpa eccessivi.
Ridotta capacità di pensare o concentrarsi o indecisione, pensieri ricorrenti di morte. I sintomi causano disagio e compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.
Tali sintomi possono insorgere per una perdita significativa (lutto, tracollo finanziario, perdite derivanti da un disastro naturale, una grave patologia ecc).
Nel Disturbo bipolare II vi è depressione maggiore ed episodi ipomaniacali , la cui gravità non compromette il funzionamento sociale e lavorativo.
Nel Disturbo ciclotimico si verificano numerosi episodi maniacali e numerosi periodi con sintomi depressivi che non soddisfano i criteri di depressione maggiore.
Alcune ricerche dicono che una persona su cento può soffrire di disturbo bipolare, di solito il primo episodio del disturbo si sviluppa nella tarda adolescenza o nella prima età adulta, anche se nei bambini può manifestarsi a volte con l’incapacità di raggiungere i normali livelli ponderali.
Le possibili cause sono di natura biologica, ma anche sociale e l’insorgenza dei sintomi può avvenire in seguito ad episodi con alta rilevanza emotiva nella vita dell’individuo.
Il sistema neuroendocrino è fondamentale nella regolazione dell’umore, infatti numerosi dati suggeriscono un’elevata incidenza di depressione in pazienti affetti da ipotiroidismo, da un lato, e un’associazione tra ipertiroidismo e sintomi sia depressivi sia maniacali, dall’altro.
La correzione del difetto metabolico primario spesso coincide con un miglioramento della sintomatologia affettiva. Negli ultimi anni sono stati fatti notevoli progressi nella ricerca sulle anomalie neuroendocrine presenti nel disturbo bipolare, ma il significato clinico di queste anomalie non è ancora del tutto chiaro.
Alcuni interessanti studi utilizzano la risonanza magnetica nucleare (RMN) per dimostrare che i pazienti con disturbo bipolare presentano ipofisi di volume significativamente ridotto rispetto ai controlli sani, mentre questa stessa differenza non si rileva tra i pazienti con depressione unipolare e i controlli sani.
Ma ecco che parlando di Diritti Umani e nello specifico di diritti violati all’interno della rete familiare, non posso non considerare la persona che, per prima mi ha suggerito, senza volere, la strada verso la ricerca e lo studio della sofferenza psicologica come conseguenza della violazione del rispetto umano.
Sto parlando di un uomo che quando l’ho conosciuto parlava lentamente, un uomo grosso non molto alto, con due occhi grandi e chiari che mi sono sembrati sempre buoni e forse ingenui.
Ma la sua storia parla invece di un uomo violento con diversi trattamenti sanitari obbligatori.
La diagnosi è di Disturbo Bipolare. Leggendo e rileggendo i documenti non capivo i motivi delle sue aggressioni. Vi era un’ottima descrizione dei sintomi, anche una buona anamnesi con l’accenno alla rottura di un fidanzamento, un divorzio e l’attuale matrimonio con la nascita di una bambina.
Quante persone rompono i rapporti sentimentali ma non subiscono TSO e per di più, se fosse stato il rapporto con le donne il problema, Marco (nome di fantasia) sarebbe stato violento con le proprie mogli. Invece no. Era violento con uomini.
Qualcosa non tornava; Marco non aveva ancora raccontato tutta la sua storia. Provo a chiedere di più della sua famiglia e, dopo molte resistenze, scopro che l’uomo dagli occhi grandi apparteneva ad una famiglia benestante e proprietaria di terreni e allevamenti di bestiame.
Dopo la morte dell’amato nonno che gli aveva insegnato lavorare anche se era solo un ragazzo, un parente acquisito, molto più vecchio di lui, fa in modo di ereditare tutte le proprietà.
Marco era rimasto senza il nonno, senza soldi e senza lavoro. Il parente lontano aveva abusato della fiducia dei familiari e quindi dello stesso Marco per appropriarsi di tutto o quasi.
I sintomi dell’uomo con gli occhi grandi erano una sensazione di ingiustizia subita e quindi grande irritabilità, rabbia e intolleranza. La strategia per far star bene Marco non era e non sarà mai quindi quella di renderlo il più calmo possibile, ma di aiutarlo invece a svelare la truffa di cui è stato vittima quando era ancora troppo giovane ed eventualmente se questo non è possibile, sostenerlo nel trovare strategie efficaci di realizzazione lavorativa.
Con Comprensione e Rispetto anche se Contraria ad ogni forma di violenza


http://www.lavocedeltrentino.it/2016/08/30/oltre-3-milioni-italiani-soffrono-bipolarismo-sintomi-comportamenti-cura/

La Forza della Mente

Quando l'ansia di abbandono può diventare tragedia 
di Marica Malagutti




Il nostro Presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante il discorso di fine anno ha posto l’attenzione sul fatto che in Italia nell’ultimo anno 120 donne sono state uccise dal marito o dal compagno.

Vuol dire una vittima ogni tre giorni.
Che cosa succede? Nonostante tutte le misure seguite a livello statale, regionale e locale sulla lotta contro la violenza alla donna, la statistica indica che dobbiamo ancora lavorare per la risoluzione di questo grave problema che lacera ancora la nostra società.
Dal punto di vista psicologico che cosa accade? Per cominciare a comprendere occorre vedere che cosa avviene all'inizio delle relazioni amorose che poi diventano tragedie.
Come ho detto diverse volte durante convegni e interviste è interessante chiedere a chi subisce violenza l’iter che ha portato alla loro conoscenza e cosa abbia avvicinato la coppia.
La donna vittima di violenza spesso risponde che «sembrava una brava persona l’uomo da sposare, sempre presente, premuroso». Lui invece racconta che «era una bella ragazza dolce ecc…»
E’ difficile da parte di entrambi sentire una descrizione della personalità del proprio partner, le cose che di solito piacciono e quelle che invece danno fastidio.
In realtà sia lui che lei non si conoscono e tutto avviene come in una favola che purtroppo non va a finire bene. La favola che più simboleggia questo tipo di relazioni è quella di Barbablù, nella quale un uomo affascinante, ricco e generoso conquista la più giovane di tre sorelle.
L’uomo però ha una caratteristica negativa rappresentata dalla sua barba blu, colore tipicamente mortifero. La fanciulla che poi diventa la moglie e si trasferisce nel castello di Barbablù è la più giovane e ingenua e quindi sorvola sugli aspetti negativi notati invece dalle sorelle e viene abbagliata solo dalla parte positiva, ma nella realtà la giovane ragazza non conosce il proprio sposo.
E che dire di Barbablù? Ogni donna, che ha osato disobbedirgli ed esplorare al di là di quello che lui mostra, è stata uccisa e rinchiusa in una stanza del castello la cui chiave perde sangue. Barbablù fa conoscere solo la sua parte superficiale perché non accetta la sua parte negativa e teme di non essere amato.
Non solo nelle favole, ma anche nella realtà le persone che non sono amate sono sole, vengono abbandonate. La paura dell’abbandono è un’emozione radicale, universale e quando si è vittima di questo tipo da timore si può diventare carnefice.
Le donne di Barbablù vengono uccise, ma i loro corpi rimangono in una stanza del suo castello imprigionate per sempre e quindi non separate da lui. Per le persone che hanno una forte paura dell’abbandono a volte purtroppo è meglio la morte che la separazione.
La morte toglie il potere all’altra persona e quindi il nucleo simbiotico non si rompe, mentre la separazione distrugge appunto tale simbiosi che nei primi momenti dona alla coppia sensazioni positive, poi toglie energia a quella che diventerà la vittima e infine arma il carnefice della sua stessa energia aggressiva.
La favola di Barbablù finisce con un lieto fine oserei dire a metà. La fanciulla si salva perché fa credere ancora al suo sposo di rispettare le sue regole e accetta apparentemente di essere uccisa, chiede solo di salutare le sue sorelle e invece trova la forza e ricambia mostrando solo la sua parte superficiale costituita dall’ingenuità e dalla sottomissione e chiama invece i fratelli che uccidono poi Barbablù.
Si narra che ci sia un museo dove si può vedere ancora la barba blù in memoria di quell’uomo, ma soprattutto per ricordare il fatto che la donna non deve subire mai violenza.
È importante infine anche sottolineare come nella favola, la donna che subisce violenza non deve mai essere lasciata da sola. Ma la stessa cosa vale anche per il carnefice che con la sua paura dell’abbandono può tornare ad agire e cercare di ritornare in un cerchio simbiotico mortifero, purtroppo anche dopo anni dal primo atto violento.
La coscienza sociale sta infatti crescendo, ed oltre ai centri anti violenza per le donne stanno aumentando i centri in Italia per il recupero di uomini che hanno perpetrato violenza, in modo che l’allontanamento della vittima dal suo carnefice non sia l’unico strumento di risoluzione di questo vasto e complesso problema.
Tuttavia come ho già scritto, tutto questo non basta, occorre, come dice il nostro Presidente, più prevenzione. Ma a questo, di pari passo, vanno aggiunte repressione, più indagini e un adeguato recupero.
Se ci basiamo solo sulle denunce, che poi vengono puntualmente archiviate, lasciamo ancora una volta soli la vittima e il suo carnefice in un vuoto che può diventare davvero pericolo senza tempo.