lunedì 9 gennaio 2017

La Forza della Mente

Letteratura e psiche 
La poetessa sola è dietro la porta
di Michela Pezzani







Isolata dal mondo nella sua casa di mattoni circondata da un lussureggiante giardino, l’americana Emily Dickinson(10 dicembre 1830- 15 maggio 1886) fece della solitudine una scelta di vita e di arte. E’ considerata tra i maggiori lirici del XIX secolo e soffriva di depressione
“L’anima sceglie il suo compagno e chiude la porta. Tu non turbare più la sua divina maturità. Impassibile ella vede cocchi sostare giù alla soglia. Impassibile vede un re prostrasi ginocchi sulla stuoia…”.
E’ una lirica della più grande poetessa americana, Emily Dickinson, figlia di famiglia borghese puritana, e che visse trentanni, sul filo di una mai diagnosticata depressione, senza varcare la porta di casa, ma con risolutezza e consapevolezza, sorretta da una determinazione che la portò ben oltre l’auto segregazione. Ad Amherst, piccola amatissima città del Massachussetts c’è ancora al numero 280 di Main Street la casa costruita dal nonno di Emily Dickinson: in mattoni, con porticati e una torretta circondata da prati e vecchi alberi di alto fusto come pini e cedri del Libano.







Qui nel secolo scorso i Dickinson ricevevano magistrati e giornalisti di grido,pastori e uomini politici con le loro moglie. Agli eleganti tè lo sguardo di tutti correva alla stanza dalla quale raramente scendeva Emily che di solito stava sempre chiusa nella sua camera e quando eccezionalmente appariva, scivolava poi frettolosamente fra gli ospiti distribuendo laconici saluti per poi eclissarsi immediatamente.
Emily visse quasi trent’anni relegata in casa, e precisamente nella sua camera da letto se nell’edificio c’erano estranei, e in quella camera, seduta ad un piccolo tavolo scrisse 1775 poesie all’insaputa di tutti, nonché 500 lettere. Le poesie non sono di facile lettura e quasi sempre ammantate di metafore e di simboli, pervase di malinconia ma anche di ironia, frutto di una passione che non ha niente a che fare col Romanticismo il quale non attecchì mai in America. Sono state fatte molti ipotesi sulla volontaria “reclusione” di Emily e molte sue reticenze hanno alimentato una vera e propria leggenda. Qualcuno volle far apparire la Dickinson come una eterna bambina intenta solo alla quotidianità domestica, agli affetti familiari, alla natura, ma in realtà, attraverso questo suo mondo limitato lei sapeva approdare a riflessioni di portata universale e le sue prese di coscienza, i suoi dubbi di fede e la sua religiosità ne fanno una figura problematica più accettata però da noi, oggi, che da suoi contemporanei. Eccetto sei componimenti poetici pubblicati in vita, ma anonimi e senza autorizzazione dell’autrice, il resto delle sue poesie furono trovate dopo la morte di Emily dalla sorella Lavinia, nascoste in una cassapanca nella camera da letto della letterata, accuratamente cucite in volumetti. Ma ce n’erano anche scritte su biglietti, rovesci di fatture, margini di giornale e libri di cucina ed altre ancora allegate alle lettere la cui edizione definitiva è solo del 1958. 






Le attribuivano carnagione delicata e denti bianchi e lei stessa parlava di sé dicendo in una lettera del 1862 quando aveva poco più di trentanni: “Sono piccola come uno scricciolo, i capelli li ho di colore deciso come la lappa castana e gli occhi come lo sherry avanzato nel fondo del bicchiere degli ospiti”.


Da Vita Vera. Rivista di cultura e volontariato.
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