martedì 25 dicembre 2018

Un mucchio di Storie

Magma

di Michela Pezzani




Non stiamo per parlare della solita ricetta, del solito dessert, del solito tradizionale e campanilistico dolce, ma di un'esperienza di vita, di un qualcosa che.... se non lo si è mai assaggiato occorre farlo, tenendo presente però che può creare dipendenza e gravi crisi di astinenza. Produrlo in casa poi... è un'attività che ha del sacro e richiede vocazione. Se davvero, dunque, ci si vuole cimentare nella preparazione domestica di un buon pampapato (o panpepato, sebbene di pepe non ci sia traccia), ovvero il tipico dolce  natalizio della città di Ferrara in Emilia, occorre procurarsi gli ingredienti magici per fare il fantastico “magma calorico”, impasto delle meraviglie, ovvero  farina, mandorle sbucciate, cacao amaro, cioccolato fondente, zucchero, miele, frutta candita mista, un cucchiaio di olio di oliva, cannella in polvere e chiodi di garofano tritati. Tirato fuori lo stesso asse tuttofare  che serve in altre situazioni non meno caserecce tipo per fare la sfoglia, il piano di lavoro è pronto per impastare la farina, il cacao, la frutta candita tritata grossolanamente, le mandorle intere, lo zucchero, il miele e le spezie, con sola acqua tiepida, che  si verserà poco a poco fino a ottenere un composto ben “coniugato” e sodo al quale dare la caratteristica forma a calotta. Si unga dunque il pampepato con un po’ di olio prima di cuocerlo in forno e… suggerisce l’esperienza… si faccia attenzione che non bruci perché altrimenti prende l’amaro. Lo si lasci poi riposare in luogo fresco e umido per dieci giorni, si passi  quindi alla fase finale ricoprendolo con il cioccolato fondente fuso a bagno Maria. La tradizione attribuisce la ricetta di questo caratteristico “pasticcione succulento” Pan del Papa,  alle monache del convento del Corpus Domini  a Ferrara, su ispirazione di una antica ricetta del cuoco rinascimentale Cristoforo da Messisburgo  e la vuole seicentesca, ma la voce è attestata in documenti più antichi  risalenti il 1400 quando troviamo anche qualche cenno ad ingredienti che oggi non si usano più quali la saba.
La fatica più grande è impastare- confida Elide Malagutti, “arzdòra” ferrarese doc e che nella realizzazione dei panpepati si è cimentata per anni, tant’è vero che per affrontare la fatica delle braccia e dell’olio di gomito ha  avuto sempre bisogno delle braccia di suo marito Oberdan, che a Ferrara si pronuncia Oberdàn, con l’accento sulla a. “Il periodo natalizio è sempre stato quello dell’impresa eroica nella preparazione del dolce ipercalorico- confida la memoria indelebile di Oberdàn-  e l’acquisto degli ingredienti era un momento speciale lista alla mano alla volta delle due drogherie storiche di Ferrara, i “Grisùn” e “da Bazzi”,  dove i commessi ti servivano indossando il loro camice detto in dialetto “grembialòn” che cinquanta  anni fa era scuro e non bianco come è imposto oggi ai banchi alimentari. Tale tinta infatti serviva a garantire la pulizia visiva anche nei lavori quotidiani vari. I profumi di queste botteghe, poi, erano misti e appena si entrava le narici si riempivano di aromi paragonabili agli effluvi delle “fumerie” dove i nasi fini sanno separare un profumo dall’altro. Essendo le botteghe molto grandi, il fiuto da segugio da caccia conduceva l’acquirente ai vari reparti, dalle spezie, ai vini, ai liquori, alla farina dolce, alle castagne detti “guciarò”, ovvero le “caramelle degli studenti” e che erano tenute in cassoni aperti dai quali una paletta raccoglieva i preziosi quantitativi richiesti dai clienti. La “arzdora” e l’aiuto “arzdora”, alias l’uomo, erano già addetti alla pratica del pampepato casalingo un bel po’ di giorni prima delle feste- sottolineano gli appunti di Oberdàn- e noi bambini approfittavamo dell’evento con  la pulizia dei tegami di smalto sporchi di cioccolata che si ripassavano con il cucchiaio fino a un certo punto e poi con le dita  finché erano lucidi dentro come fuori.  In media per ogni Natale, di pampepati se ne preparavano una ventina che duravano un paio di mesi a seconda della golosità della famiglia, ma a Ferrara, la fabbrica più antica e modello per ogni famiglia di buona volontà che si ingegnava a copiare il prodotto, è stata la Fis, Fabbrica Italo Svizzera, tanto famosa quanto quella dei budini e delle creme Intrepido. La FIS era specializzata in questa arte ed ha esposto i suoi “mattoni tondi” anche al Salone dei Sapori della Fiera di Milano. Ritornando ancora ai tempi dell’adolescenza, poi - concludono rimembranze di Oberdàn- quando proprio si doveva acquistare un pampepato con la sua bella confezione caratteristica in cartone colorato, voleva proprio dire che le finanze non mancavano e allora ci si poteva concedere uno sfizio”. “Carta d’argento, luce degli occhi, fattelo in  casa se non hai baiocchi- recita la filastrocca- Nastri dorati, palati stuzzicati, pur di mangiarlo li sganci i ducati. Mora la pelle del pan ben prezioso che scaccia la fame e fa un po’ il lezioso se gli giri attorno e misuri la fetta con l’occhio alla lama e la cinghia un po’ stretta. Dai vecchi ai poppanti gli assaggi sono tanti  e inizi a Novembre a sognare Dicembre. L’abete e la stella, la festa è più bella se lecchi col  dito il dolce del mito ”.

Largo alla Poesia

Rosso d'uovo

di Michela Pezzani





Ti ricordi di quando a Ferrara venendo da viale Volano in direzione Via Comacchio  all'altezza del cimitero sulla destra è apparso a manca nel cielo il sole enorme e rosso come un tuorlo d'uovo?
Ho esclamato Guarda e tu alla guida hai risposto Vedo. 
L'enorme occhio, tondo perfetto come la luna quando è piena,  
si  stagliava denso e rassicurante tra le statue del ponte sul canale ferrarese e al tramonto di quel giorno indimenticabile i quattro santi  Giorgio, Rocco, Maurelio e  Filippo di pietra scolpiti dal veronese Cignaroli  s'eran cambiati  in fretta d'abito vestendo  sete e broccati a colori per raggiungere a piedi il concerto natalizio di corte  aI vicini Bagni Ducali. 
Era già buio e la festa è durata fino all'alba.  
Se credi, e non solo nella croce e nella mangiatoia,
il tramonto dura un attimo. 
Poi ritorna. 
E anche l'aurora. 

domenica 23 dicembre 2018

Voce ai Diritti 


Caffè Gambrinus 

con ammenda 



di Michela Pezzani






Ogni tanto le scuse arrivano da chi sbaglia anche se è diventato raro ammettere di essersi comportato male  da parte di chi compie qualcosa di errato. Il proprietario dello storico caffè Gambrinus, a Napoli,  però e per fortuna ha fatto ammenda per aver rifiutato alla ragazza toscana Federica  di entrare nel locale con il suo cane guida, essendo lei ipovedente.  La notizia ha fatto scalpore e il giro dei giornali nazionali e del web sebbene il lieto fine sia arrivato,  ma lasciando l'amaro  in bocca perché ci si chiede cosa sarebbe successo se Federica   non avesse sporto denuncia alle forze dell'ordine per discriminazione. 
Ma ripercorriamo la vicenda nei dettagli. È una turista toscana di 39 anni la donna che è arrivata al Gambrinus col suo fido amico ma si è trovata di fronte al veto definito una vera e propria discriminazione e non un errore o una svista come del resto ha confermato la dichiarazione  stessa del gestore dopo che la giovane  ha preteso le scuse pubbliche, richieste in un appello tramite l'intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica. 
Le scuse dunque sono arrivate e il reo ha ammesso" Ho perso completamente la testa e non ho nessuna attenuante. Ho sbagliato e chiedo scusa alla signora. Farò ammenda". E la multa infatti è fioccata. Di 883 euro che sarà pagata per intero a compendio della quale è stato annunciato che sarà fatta inoltre una donazione alla scuola  toscana per cani guida di Scandicci. 
"Questi cani lavorano per le persone non vedenti e in quei momenti quando entrano in un locale, in un bar, stanno lavorando, stanno facendo un vero e proprio lavoro di accompagnamento. Sono gli occhi dei ciechi" ha  stigmatizzato il vicepresidente dell' Uici(Unione italiana ciechi e ipovedenti di Napoli.
"Se gli occhi non ce li hai in viso li hai vicino a te. È un rapporto di simbiosi- ha aggiunto la studentessa  nonvedente Noemi Marano - Nel momento in cui si rifiuta un cane guida  è come se si rifiutasse la persona stessa". 
Eppure sui sociale sono circolati commenti inaccettabili tra cui" Violazione dei diritti costituzionali? Ma va laaaa".
La legge invece parla chiaro. 



  

Discriminare un non vedente per il fatto che sia accompagnato da un cane-guida è punibile dalla legge

Non solo essa stabilisce che gestori dei mezzi di trasporti e titolari di esercizi che "impediscano od ostacolino, direttamente o indirettamente, l’accesso ai privi di vista accompagnati dal proprio cane guida" siano sono soggetti a multe dai 500 ai 2.500 euro, ma sancisce anche che un cane-guida:
  • può entrare in qualunque esercizio aperto al pubblico(L. n. 34/1974)
  • è escluso dai divieti relativi al non permettere l'accesso degli animali in spiaggia, parimenti ai cani destinati "al salvamento": in poche parole, lui può accedere anche in spiaggia(L. n. 34/1974)
  • è in genere esonerato dall'obbligo di portare la museruola a meno che non sia richiesto in una data situazione (L. n. 34/1974 - Ordinanza Min. tutela pubblica da aggressioni di cani)
  • è esonerato dall'obbligo di avere al seguito paletta e sacchetto per la raccolta delle deiezioni (come rintracciabile anche in molti regolamenti comunali)
  • è esonerato dal pagamento del biglietto per i mezzi pubblici (L. n. 34/1974)
  • può accompagnare il non vedente anche su traghetti e aerei, in Italia e all'estero (L. n. 34/1974 - Reg. CE n. 1107/2006)
  • può viaggiare alloggiato sul sedile posteriore insieme al non vedente, in quanto "animale domestico di indole particolarmente tranquilla e come tale adeguata alle incombenze cui esso è appositamente addestrato", senza che ciò costituisca in alcun modo violazione dell'art. 169 c. 6 del Codice (Lettera del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti n. 653/2004).
  • rappresenta gli "occhi" per il non vedente e quindi non deve essere allontanato dal diversamente abile visivo che accompagna. In qualità di cane da lavoro non deve essere disturbato/aggredito(e cioé: utilizzate il guinzaglio per il VOSTRO cane, invece di lasciarlo girare incustodito e poi reclamare se sarà LUI a infastidire un cane-guida). Si prevede una multa da 500 a 2.500 € per chi continua a cacciare i cani guida. Senza contare poi le spese legali, l’umiliazione pubblica attraverso i mezzi di stampa nazionale e, in caso, anche una denuncia per discriminazione a persona disabile (L. 67/2006).
  • non solo è addestrato a "fare il cane-guida" (cioé caratterizzato da un'indole tranquilla, appositamente selezionata per essere ulteriormente di supporto al successivo addestramento), ma anche a non sporcare ed è inoltre senza ombra di dubbio vaccinato (o non sarebbe abilitato a fare il cane-guida).

Fuochi d'ARTificio 

La pittura "oltre"
di Giovanni Segantini 

di Michela Pezzani


I quadri del grande pittore  simbolista e divisionista sono ora accessibili ai ciechi e agli ipovedenti tramite schede braille e audio guide. Nelle tele dell'artista la magia della luce oltrepassa il buio della disabilità visiva. 

Ha riaperto  gli spazi,espositivi, infatti, precisamente il 17 marzo 2018, la galleria civica Giovanni Segantini di Arco di Trento e la notizia è allettante non solo per i normodotati ma anche per i nonvedentij e ipovedenti appassionati di pittura che potranno  entrare attraverso  didascalie, schede in braille e audio guide nel mondo del grande pittore simbolista e divisionista capace di trasmettere con la sua arte forti suggestioni ed emozioni. L'iniziativa è stata realizzata in collaborazione con l'Unione italiana ciechi e ipovedenti sezione di Trento e si tratta di un importante traguardo che offre un servizio indispensabile volto  al l'accessibilità del territorio alto gardesano e all'integrazione delle persone con deficit visivo che non intendono rinunciare alla bellezza. 


La  onlus Shquipet collabora inoltre alla rosa di iniziative di cui fa parte la permanente della gallegria Segantini. I contenuti delle audio guide permettono al visitatore di  "vedere" , con tanto di storia e critica dell'opera autonomamente ogni quadro  di Giovanni Segantini, il pittore solitario che sa cogliere la magia della luce. L'artista nacque ad Arco il 25 gennaio 1858 e morì in Svizzera a Schafberg il 28 settembre 1899. Legato alla valle svizzera dell'Engadina dove trascorse  i suoi ultimi anni, egli ne ritrasse i paesaggi  traendo ispirazione durante le lunghe camminate specie nei dintorni del villaggio di Maloja dove abitò dal 1894 alla scomparsa. Nei suoi dipinti si  coglie il carattere anarchico, vagabondo, visionario dell'artista  il cui estro nel  dipingere  cattura sia la  realtà della natura che il suo ideale. 







domenica 25 novembre 2018

Voce ai Diritti

Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Una su tre subisce ancora violenza

di Marica Malagutti



Tutto è iniziato il 17 Dicembre 1999, quando le Nazioni Unite hanno stabilito che i paesi sono invitati ad organizzare eventi per sensibilizzare le persone rispetto alla violenza contro le donne.
Le iniziative potranno proseguire fino al 10 Dicembre del corrente anno.
In Italia le panchine sono state colorate e dipinte di rosso e i palazzi illuminati di arancione.
In Italia e nel mondo subisce violenza, mediamente, una donna su tre dai 15 anni in su.
Il timore della violenza è confermato dal dato secondo il quale il 53% di donne in tutta l’Unione Europea afferma di evitare determinati luoghi o situazioni per paura di essere aggredita.
Ma come è possibile? Dopo anni di lotta femminile, di conferenze e dibattiti, studi sul tema che poi si trasformano in dati statistici presenti in moltissimi articoli e libri, le cose sembrano non cambiare più di tanto.
Le donne muoiono o subiscono violenza per la maggior parte delle volte per quello che viene chiamato dai loro aggressori amore.
Come inizia una relazione che porta alla morte?
Ogni storia è unica, ma oggi invece di interpretare la cronaca, raccontiamo una fiaba, famosa, ma forse poco pensata e dalla quale poche donne ne prendono spunto.
Come tutte le fiabe inizia con: c’era una volta…..un principe molto ricco, generoso e divertente che aveva la barba blu e voleva sposare la più giovane di tre sorelle.
La fanciulla si era invaghita delle belle qualità dell’uomo, mentre le sorelle più vecchie le facevano notare che qualcosa non andava tanto è vero che la barba che copriva il mento era di un colore strano.
Il blu che normalmente viene visto come simbolo di calma e tranquillità è anche indice di qualcosa di mortifero.
È proprio nel nostro caso che il ricco e prestante Barbablù, una volta sposata la giovane fanciulla, diventò quell’uomo violento che nascondeva nella cantina le precedenti mogli da lui uccise.
Ma la giovane moglie come scopre tutto questo?
La fiaba racconta che la fanciulla, quando il marito si allontanò dal castello per affari, chiamò le sorelle e insieme a loro scoprì l’orrore che non era ancora emerso. Ma ormai la giovane era già sposata, non poteva semplicemente fuggire. Il marito poi, quando tornò, si accorse che la moglie aveva scoperto la sua parte malvagia e le manifestò quindi tutta la sua violenza e voglia di morte.
Lei però, proprio in quel momento, trovò in sè la forza di cambiare le cose e si comportò diversamente, abbandonò infatti la sua ingenuità per diventare una donna furba e intelligente.
Alla violenza non risponde con violenza o panico. Infatti la giovane moglie chiese al proprio potenziale assassino del tempo per raccogliersi e pregare con le sorelle. Ad un primo inganno di Barbablù, che si era mostrato diverso da quello che era, la giovane sposa rispose con un altro inganno e corse dalle sorelle e insieme, da una finestra del castello, chiamarono a gran voce i fratelli, i quali, arrivando in soccorso, uccisero Barbablù.
Si narra ancora che la barba blu venga conservata in un museo per ricordare alle donne di non farsi ingannare dalle apparenze dell’uomo gentile, generoso e ricco e nel caso cadessero nel tranello, indicare loro la via per salvarsi.

https://www.lavocedeltrentino.it/2018/11/25/giornata-mondiale-contro-la-violenza-sulle-donne-una-su-tre-subisce-ancora-violenza/



Voce ai Diritti

C'è una donna nel cassonetto

di Michela Pezzani



Cronaca, poesia e musica in difesa delle donne. Quando le arti si uniscono la forza delle idee diventa  potente. Prendiamo infatti una donna, un uomo e un pianoforte per raccontare tante storie in una. Sono testimonianze di violenza sulle donne i racconti scritti, interpretati e diretti dalla milanese Valeria Perdonó interprete col suo gruppo Ars Creazioni Spettacolo, della performance recitata e cantato " Amorosi assassini". Al suo fianco il musicista Marco Sforza che non solo accompagna e fa da spalla con alcune battute alla principale narratrice ma rappresenta un doppio linguaggio espressivo ed eloquente tanto quello verbale, poiché concepiti all'unisono tra cronaca vera e tasti bianchi e neri.



È un viaggio scomodo quello che compie la Perdonó attraverso secoli di soprusi a danno del sesso femminile che da quando mondo è mondo esistono. E rappresenta una lezione collettiva di crudo ripasso questo lavoro che evidenzia man nano le capacità comunicative, dal drammatico al comico della Perdonó, disinvolta acuta signora del palcoscenico che ha condiviso col pubblico una piaga scoperta partendo dalla vicenda chiave, vero fatto di cronaca, di Francesca Baleani ritrovata per miracolo  ancora viva dentro in sacco nel cassonetto delle immondizie dopo essere stata brutalizzata dal compagno e poi gettata là come un sacco di pattume. Usando l'ironia e un sano sarcasmo per stemperare il tema senza tuttavia mai perdere la delicatezza che merita l'argomento nonostante la rabbia che suscita, la Perdonó solleva interrogativi su come si può risolvere il tragico problema, e sebbene non sia possibile dare risposte e trovare soluzioni immediate, il recital sortisce un effetto catalizzatore negli spettatori rappresentando non solo l'ennesimo allestimento teorico teatrale sulla questione ma ponendosi come occasione di autocoscienza, anche per i carnefici, nonché un appello alla giustizia affinché punisca come dovrebbe i colpevoli.


"Sono serena, ad un certo punto bisogna dire basta. Non c'è un perdono cristiana, né una condanna" ha detto la Baleani.
 Sono passati monti anni da quel tragico 4 luglio 2006  a Macerata quando scampó alla morte e chi la trovó e taglió il sacco esclamò " No, non è possibile!".
Nove anni e quattro mesi alleggeriti dai benefici di legge: questa è stata la condanna all'aguzzino Bruno Carletti autore di quel tentato omicidio.

sabato 17 novembre 2018

Libraperto

Massimo Cracco   cerca "Mimma" e   trova l'Alzheimer  

La malattia sociale al centro di un ritratto di famiglia con mistero.


di Michela Pezzani  



Leggere il romanzo del giovane scrittore emergente veronese Massimo Cracco è inoltrarsi in una acuta "indagine" di famiglia narrata come un thriller per scoprire un segreto.
Lo scrittore cerca "Mimma" e trova l'Alzheimer   ma va oltre e utilizza la memoria come trampolino di speranza e recupero dei ricordi indispensabili ad ogni essere umano per andare avanti.
Lascia il segno il libro di Cracco in cui i personaggi cercano la sua penna  perché sanno che lui può dare loro voce riguardo qualsiasi cosa abbiano da svelargli, bella o brutta. Questo è dunque successo  all'autore, classe 1965,  laureato in ingegneria, alla sua seconda opera, nonché artefice di questa storia di famiglia( non necessariamente la sua) di cui non è solo  perno l'adolescente Carlotta ma un'intero gruppo parentale  di cui fa parte anche una "immensa" badante moldava  di nome Marya che parla con gli angeli.



L'ombra di una malattia sociale, il così tanto temuto e diffuso Alzheimer  ancor lontana dall'essere svelata nelle sue cause e risolta con una cura, incombe su questa storia forte e delicata allo stesso tempo, edita da L'Erudito, che esprime  la sensibilità di Cracco nel calarsi  in modo credibile e psicologicamente intrigante non solo nell'animo della ragazza  "in cammino sul sentiero di una sorta di educazione alla vita" e che perde troppo presto il padre, ma nei vari personaggi: a partire dal  nonno  malato di demenza senile e creatore di bizzarre parole di un vocabolario creativo tutto suo.
Coinvolgono le pagine e gli indizi sono come pedine di una scacchiera sulla quale il gioco si fa imprevedibile, con un finale che spiazza a compendio di una vicenda sviluppata come un thriller.
Cosa è successo  tanti anni fa nella casa di Massimago? Alla domanda non daremo ovviamente risposta trattandosi di un libro costruito sulla suspence La misteriosa Mimma che dà il titolo al libro è fin dalle prime battute della trama l'enigma da risolvere, ma l'indagine non risulta  comunque finalizzata soltanto a questo scopo. Cracco infatti riesce a creare tanti plot in uno, rivelando una interessante capacità di sondaggio psicanalitico che smitizza la favola della felicità perduta dell'infanzia e toglie le vecchie croste alle ferite dei bambini, e non solo quelle sulle loro ginocchia.