domenica 15 luglio 2018

Voce ai Diritti

Requiem per uno sciame d'api



Allarme sulle colline di Verona dove gli insetti in fuga dai pesticidi hanno trovato l'ultimo rifugio in casa del regista e attore Gherardo Coltri.

di Michela Pezzani



Uno sciame di api ha cercato di scampare ai pesticidi spruzzati ogni due giorni su una serie di vigneti situati sulle colline di Quinzano, ridente e verdeggiante frazione di Verona e a trovare in salotto gli insetti ormai senza vita è stato l'attore e regista Gherardo Coltri, noto artista veronese, che in quella zona abita parte dell'anno vedendola però sempre più trasformata negli ultimi tempi in una distesa di culture viticole proseguenti da lì fin verso la Valpolicella ed in particolare le località Negrar e Montecchio. 
Le api hanno trovato rifugio nell'abitazione attraverso una finestra socchiusa e già poco tempo prima avevano scelto il riparo, ed anche vespe, sotto una grondaia: trovato quindi il pertugio sono entrate: ormai invano perché l'antiparassitario non lascia scampo agli insetti ed anche alle farfalle e agli uccellini scomparsi dal luogo secondo le testimonianze dello stesso Coltri e dei vicini di casa che hanno fatto presente il fatto all'Arpav(agenzia regionale protezione ambientale) che ha segnalato la questione alla Polizia municipale. 
Eloquente è inoltre la situazione di un apicultore anch'egli vicino di casa di Coltri, il quale aveva da sempre cinque arnie ridotte però ora a due dopo l'impiego a raffica e anche fuori orario consentito dei pesticidi sulle viti circostanti da cui le abitazioni non sono lontane. 
"Questa zona è sempre stata un paradiso nature poi qualcosa non ha più funzionato e l'ecosistema fa sentire la sua sofferenza - stigmatizza Coltri- ma la nostra non vuole essere una polemica sterile ma un richiamo all'urgenza di rispettare l'equilibrio socio- biologico del luogo in virtù dell'Ordinanza n. 26 del giorno 8 aprile 2009 del Comune di Verona firmata dall'allora sindaco Flavio Tosi. Essa recita nei punti più salienti la necessità di regolamentare l'impiego dei prodotti fitosanitari sul territorio comunale, che vengano sparsi al mattino presto e dopo il tramonto e che l'impiego di essi debba seguire la buona prassi agronomica al fine di tutelare le persone, gli animali e le coltivazioni di terzi limitrofe ai trattamenti. Ciò però non sta avvenendo. Ogni ora è buona per disinfestare e dobbiamo blindarci. Persone, flora e fauna ne stanno risentendo". 

Libroaperto

Grande  e sonora
Mrs Virginia Woolf 


di Michela Pezzani


Esce  in audiolibro il romanzo La signora  Dalloway della grande scrittrice inglese di cui ricorre il 136esimo compleanno essendo nata, 
nata, a Londra, il 25 gennaio 1882. Il suggerimento della scrittrice Nadia Fusini: "Ascoltarla  anziché leggerla è un'esperienza coinvolgente". 


Compirebbe  136 anni quest'anno la grande scrittrice inglese Virgunia Woolf(1882-1941) e per l'occasione è appena uscito un audiolibro con uno dei suoi romanzi più famosi, Mrs Dalloway.  A segnalare la potenza della"letteratura ad alta voce"  è la scrittrice e traduttrice Nadia Fusini, 
 non nel senso che siamo noi a leggere forte ma  è la voce riprodotta in cd di un attore eo attrice che ci legge il libro mentre noi tranquillamente lo ascoltiamo rilassati. L'audiolibro non è solo uno strumento per i normodotati ma rappresenta in particolare per ipovedenti e non vedenti una grande risorsa  permettendo a chi non può più affrontare il cartaceo di entrare anima e corpo in una storia grazie all'udito unitamente alla sensibilità sensoriale globale dell'utente.  
"Nel tradurre Virginia Woolf ho voluto restituire il ritmo della sua lingua- ha detto la Fusini in una recente intervista-  L'ho capito ancora di più nel leggere il libro ad alta voce". 
La Fusini è docente di Letterature comparate alla Scuola normale superiore di Pisa e storica traduttrice di Virginia Woolf   e l'audiolibro in questione della durata di 9 ore e 32 minuti  è edito da  Emons. 
La trama. Clarissa Dalloway, protagonista del romanzo che si svolge nell'arco di una giornata, è una signora dell'alta borghesia londinese che esce a comprare i fiori per la festa che sta organizzando per la sera. Passeggia per le strade di Londra, sfiora la vita di tanti sconosciuti, ma non è allegra come chi sta per riunire amici a casa sua per stare bene insieme. Una certa malinconia alberga in lei e il lettore la sente, la tocca con mano, la condivide in uno scambio di flusso di coscienza. Clarissa non è  dunque chi si prepara a qualcosa di lieto, il suo incedere è incerto e continuamente ostacolato da pensieri che le affollano la mente: sono  ricordi che si intrecciano con la nostalgia di ciò che è sfuggito e mai potrà tornare. Desideri, angosce e paure della solitudine, della morte ma anche della vita, si intrecciano in una marea  di parole che aprono ad altre parole. 
Un grande romanzo lirico, capace di mettere a nudo   la fragilità  degli esseri umani e la forza degli eventi che possono travolgere chi li vive  in modo inerme in bilico tra differenza e gioia.




giovedì 22 marzo 2018

MirAbilmente

Donne e prospettive 
di "differente" bellezza  
 

di Michela Pezzani




Orizzonti variegati e sette donne per sette situazioni di vita reinventata dopo una malattia che non le ha fermate, ma attinge all'opportunità creativa di cui dispongono e oltrepassa le barriere.

Sono le signore  protagoniste della mostra "Diversamente donna" allestita  a Verona nel foyer del Teatro Camploy in occasione dello spettacolo benefico di teatro danza "Felicemente diversi" organizzato  ad offerta libera dalla compagnia Trixtragos con danzatori di tango e tip tap, accompagnati dall'ensemble  dal vivo Musikè(Luca Bissoli al contrabbasso, Eugenia Soregaroli al flauto traverso, Serena Chien al violino). 

L'iniziativa rientra nella  manifestazione  cittadina Ottomarzo femminile plurale 2018  organizzata nel capoluogo veneto e  l'autore degli scatti è il musicista e fotografo Luca Bissoli che ha fatto il ritratto in bianco e nero rispettivamente a Lucia Marotta(Presidente e Fondatrice di A.N.I.Ma.S.S. ONLUS - Ass. Naz. Ital. Malati Sindrome di Sjogren), Maria Elisabetta Villa (fondatrice DBA Italia Onlus),Valentina Bazzani (giornalista), Michela Brunelli (atleta nazionale paraomimpica),  Gabriella Fermanti (Galm Donne), Barbara Checchini (mamma), Nicoletta Ferrari (disMappa),Michela Pezzani (giornalista del quotidiano L'Arena e scrittrice). Con le sue fidate Nikon F 105/2,8 e Hasselblad 180/4,0  Bissoli  ha  voluto  cogliere l'invisibile e realizzare  stampe in bianco e nero su carta baritata ai sali d’argento.



"Il mio obiettivo è stato di cogliere attraverso l'immediatezza dello sguardo la bellezza e  di raccontarla-  spiega Bissoli- e l'elemento chiave è la luce  che rappresenta per me e  per le donne che ho colto nella loro interiorità una  penna che continua a cambiare inchiostro, luce che scrive". 

Insieme a Luca Bissoli espone il fotografo Stefano  Bianchi con sette paesaggi che  sollecitano lo spettatore a guardare oltre per scoprire nuove strade, differenti  opportunità, da vivere nonostante tutto e senza porsi domande su ciò che è accaduto nel passato e ci ha reso differenti dal consueto. Un messaggio di socialità contro la solitudine a cui spesso sono confinati i portatori di handicap affinché l'integrazione non sia un miraggio. 

lunedì 19 marzo 2018

Oltre l'ostacolo

Vittorino Andreoli dice no al  bullismo


di Michela Pezzani




      Lo psichiatra e scrittore ha parlato a 700 studenti all'Auditorium della Gran Guardia a Verona. 
Un'ora e mezza di riflessioni del professor Vittorino Andreoli sul bullismo  è stata condivisa  con attenzione  e ovazioni da 700 studenti delle scuole medie e superiori di Verona, lunedì 4  dicembre dalle 11 alle 12,30 all'Auditorium della Gran Guardia. L'acuto  psichiatra  ha sviscerato il delicato e scottante tema, piaga  sempre più diffuso tra i giovani, con la profonda umanità che  lo contraddistingue,   applaudito dalla calorosa platea  a cui  il luminare, anche scrittore, commediografo e saggista, si è proposto "come un nonno  con cinque nipoti a casa"  ribadendo inoltre più volte "vi voglio bene".



L'incontro ha concluso la quarta edizione del festival "Non c'è differenza" ideato e organizzato dall'attrice e regista Isabella Caserta sul filo conduttore "dell'altro da sè" nel senso di sensibilizzare e sensibilizzarci su  ciò che è diverso e merita tutta l'attenzione e il rispetto possibile tra cui il mondo dell'handicap e del superamento delle barriere mentali e fisiche.

"Non mi sono mai posto di fronte ai problemi giudicando ma  il mio mio compito è comprendere" ha premesso  Andreoli dalla cui profonda analisi dell'adolescente bullo ha tracciato il profilo di "soggetto insicura contro un altro soggetto  ancora più insicuro che non  sa e o non  può difendersi". 

"Sono qui per  darvi dei segnali per riconosere quando qualcuno può esprimersi in termini di bullismo" hai  poi specificato  ricordando che il bullismo è prevalentemente maschile, ma esiste anche al femminile. Ha poi suddiviso  il suo  racconto,  fondato sulla personale esperienza terapeutica, in  tre capitoli: i segni superficiali e profondi del bullismo, la differenza tra bullismo individuale e di gruppo (stigmatizzando  la pericolosità del branco  dominato dal leader) e il cyber bullismo tramite computer e cellulari. 

L'elemento chiave emerso dal ragionamento è stato comunque il dolore, sia in chi  domina e affligge il prossimo che in chi subisce. 

"Il bullo ha in sé una sofferenza mascherata che si traduce in prevaricazione per soddisfare il proprio narcisismo e rifuggire le proprie debolezze  proiettandole sulla vittima designata che non odia ma diventassi strumento funzionale" ha aggiunto Andreoli mettendo in guardia la platea sui rischi provocati dal fenomeno.

"Non dovete  però resistere al bullismo ma farvi  aiutare- ha concluso- e questo aiuto non è solo per la vittima ma anche per il bullo. Occorre chiedere aiuto subito, sempre. Affidatevi, in chi credete veramente, i vostri genitori, i vostri insegnanti, gli psicologi, la Polizia. Il bullismo inoltre è diffuso anche nel mondo degli adulti e si chiama potere".  






mercoledì 25 ottobre 2017

MirAbilmente

Ipovisione è un’altra cosa

Non vuol dire né essere miopi né presbiti e nemmeno vederci poco e male in genere. 

Si tratta di un misconosciuto mondo a parte che chiede di essere esplorato e condiviso dai normodotati “all’oscuro”.

di Michela Pezzani 


O ci vedi o non ci vedi.   Cieco o vedente. C’è un altro mondo però in mezzo, non ancora entrato a far parte  del nostro linguaggio culturale.  Dell’ipovisione se ne dà la definizione scientifica, negli ambienti idonei e sui mezzi di comunicazione di massa in materia di disabilità visiva, ma è frequente sentirsi  dire, dopo  aver più o meno timidamente annunciato il proprio problema, magari in una situazione deambulatoria difficile che richiede un aiuto, “Ah sì certo, ma cosa vuol dire esattamente  ipovedente?”.
 Anche ai fini della riconoscibilità un ipovedente non viene inquadrato come tale: non ha il bastone come un cieco e allora ecco che diventa poco visibile, per  non dire invisibile… e se indugia ad esempio sulle scale di un edificio pubblico, il primo pensiero di chi sta intorno è che l’insicuro o insicura abbia un problema motorio. “I falsi scoop a proposito dei falsi ciechi ci penalizzano facendo “di tutta un’ erba un fascio” confida Orietta che pur avendo un deficit visivo che la fa rientrare nei parametri dell’ipovisione, si muove ovunque, va a teatro, al cinema, viaggia, ha la borsa piena di strumentini per cavarsela nel leggere tabelle, orari dei treni e varie, ma se deve chiedere una mano in più, non sempre è vista per così dire “ di buon occhio”.
  E’ bene sapere  che  ci sono patologie che non hanno terapie (o ridotte) ma portano a una degenerazione progressiva delle capacità visive, conducendo gradualmente a una riduzione del campo visivo sino alle conseguenze valutabili sul soggetto stesso, oltretutto non comparabili perché “l’ipovisione di una persona non è mai come quella di un’altra”.
Dopo molte battaglie da parte delle associazioni di pazienti, si è arrivati tredici anni fa alla Legge 138/01 sulla classificazione e quantificazione delle minorazioni visive e norme in materia di accertamenti oculistici e  tale classificazione divide le minorazioni visive in: ciechi totali; ciechi parziali; ipovedenti gravi; ipovedenti medio-gravi; ipovedenti lievi: e ad ognuna di queste categorie corrisponde un diverso contributo pensionistico. I parametri adottati con tale legge, inoltre, prevedono per la prima volta, ai fini della classificazione, anche il residuo visivo perimetrico binoculare. Nonostante l’approvazione della Legge, l’ipovisione è ancora incompresa  e urge invece il bisogno di individuare,  “vedere” la disabilità,  collocarla,  sapere che è altro rispetto alla cecità. “L’ipovisione non è un percorso  facile- sottolinea Orietta-  e  comporta  anche un impegno economico per ausili e strumenti,  ma soprattutto richiede costanza, pazienza e volontà, anche se a volte si incontrano ostacoli difficili da superare”.

Legge 3 aprile 2001, n. 138
"Classificazione e quantificazione delle minorazioni visive e norme in materia di accertamenti oculistici"
La legge 138/ 01- pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 93 del 21 aprile 2001

Art. 1.
(Campo di applicazione).
1. La presente legge definisce le varie forme di minorazioni visive meritevoli di riconoscimento giuridico, allo scopo di disciplinare adeguatamente la quantificazione dell'ipovisione e della cecità secondo i parametri accettati dalla medicina oculistica internazionale. Tale classificazione, di natura tecnico-scientifica, non modifica la vigente normativa in materia di prestazioni economiche e sociali in campo assistenziale.
Art. 2.
(Definizione di ciechi totali).
1. Ai fini della presente legge, si definiscono ciechi totali:
a) coloro che sono colpiti da totale mancanza della vista in entrambi gli occhi;
b) coloro che hanno la mera percezione dell'ombra e della luce o del moto della mano in entrambi gli occhi o nell'occhio migliore;
c) coloro il cui residuo perimetrico binoculare è inferiore al 3 per cento.
Art. 3.
(Definizione di ciechi parziali).
1. Si definiscono ciechi parziali:
a) coloro che hanno un residuo visivo non superiore a 1/20 in entrambi gli occhi o nell'occhio migliore, anche con eventuale correzione;
b) coloro il cui residuo perimetrico binoculare è inferiore al 10 per cento.
Art. 4.
(Definizione di ipovedenti gravi).
1. Si definiscono ipovedenti gravi:
a) coloro che hanno un residuo visivo non superiore a 1/10 in entrambi gli occhi o nell'occhio migliore, anche con eventuale correzione;
b) coloro il cui residuo perimetrico binoculare è inferiore al 30 per cento.
Art. 5.
(Definizione di ipovedenti medio-gravi).
1. Ai fini della presente legge, si definiscono ipovedenti medio-gravi:
a) coloro che hanno un residuo visivo non superiore a 2/10 in entrambi gli occhi o nell'occhio migliore, anche con eventuale correzione;
b) coloro il cui residuo perimetrico binoculare è inferiore al 50 per cento.
Art. 6.
(Definizione di ipovedenti lievi).
1. Si definiscono ipovedenti lievi:
a) coloro che hanno un residuo visivo non superiore a 3/10 in entrambi gli occhi o nell'occhio migliore, anche con eventuale correzione;
b) coloro il cui residuo perimetrico binoculare è inferiore al 60 per cento.
Art. 7.
(Accertamenti oculistici per la patente di guida).
1. Gli accertamenti oculistici avanti agli organi sanitari periferici delle Ferrovie dello Stato, previsti dall'articolo 119 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, e successive modificazioni, sono impugnabili, ai sensi dell'articolo 442 del codice di procedura civile, avanti al magistrato ordinario.

venerdì 13 ottobre 2017

La Forza della Mente

I segnali della vittima.

Il silenzio del bullismo può portare a gravi conseguenze

di Marica Malagutti



Ricordiamo il ragazzino riminese di 10 anni frequentante il centro estivo vittima di insulti, botte e brutti scherzi? Aleggiava il silenzio fino a quando il suo occhio nero ha parlato chiaro.

Ricordiamo anche la tredicenne di Valmarecchia sempre nel riminese, suicida a causa di quello che viene chiamato bullismo?

Sul web si possono trovare purtroppo molte storie agghiaccianti di sofferenza sommersa per troppo tempo e poi tutto d’un tratto fare notizia con eventi tragici che ci colpiscono, sia per per la giovane età delle vittime, sia per il fatto che nessuno se ne accorge al momento giusto.

Ma come questo può accadere?

Per cominciare, iniziamo a comprendere cosa significa la parola “Bullismo”, termine purtroppo tanto di moda che corrisponde ad un fenomeno riconosciuto spesso troppo tardi.

I”Bullismo” prende origine dall’ olandese “boel” che significa fratello. Tale termine nel mondo anglosassone si trasforma nella parola “bully” inteso come “tesoro rivolto a persona”. Quindi in un primo momento il bullo era il “bravo ragazzo” e solo in seguito si arriva all’idea di prepotente e di molestatore. Le caratteristiche di chi agisce il bullismo sono la giovinezza e la volontà di bersagliare le vittime ritenute incapaci di difendersi.

Il bullo nasconde la propria vigliaccheria con un’apparente forza circondandosi di alleati che collaborano alle azioni intenzionali e ripetute di violenza fisica e/o psicologica. Tali comportamenti possono andare da maldicenze a svalutazioni della persona, umiliazioni fisiche e psicologiche, esclusione dal gruppo fino ad arrivare a violenze fisiche e sessuali senza esclusione di una vera e propria istigazione al suicidio.

La vittima può essere scelta per diversi motivi come la timidezza, il non appartenere a quel gruppo, come uno straniero, oppure anche dal semplice fatto di essere un bravo studente o sportivo. Chi viene prescelto, in un primo momento è circuito, indebolito, isolato e solo quando diventa debole, viene reso vittima. È un processo lento e silente, per questo occorre un’attenzione particolare sia da parte dei genitori che dagli insegnanti. Non solo le famiglie delle vittime devono osservare e aiutare i propri figli, ma anche quelle dei così detti bulli, in quanto anche questi ragazzi necessitano di sostegno e si potrebbe evitare così che agiscano in modo violento verso i propri compagni.

Mentre i bulli, se non vengono scoperti in azioni perseguibili legalmente, la passano liscia, le conseguenze in chi subisce questo tipo di violenza possono esser molto gravi. A livello psicologico la vittima si convince piano piano che il bullo ha ragione nel trattarla in malo modo e proprio per questo non si confida con nessuno. Pensa che tutti gli altri siano migliori e ha la sensazione di essere giudicata.

A breve termine la vittima può accusare mal di stomaco, mal di testa, disturbi del sonno, incubi, ansia, problemi di concentrazione e quindi scolastici. Ci può essere, riluttanza ad andare a scuola o in ambienti ricreativi o sportivi. A lungo termine possono insorgere comportamenti autolesivi, disturbi del comportamento alimentare, uso di sostanze, depressione fino ad arrivare a ideazione e attuazione di suicidio.

A livello sociale e culturale stanno nascendo tante iniziative atte a combattere questo fenomeno purtroppo ancora molto forte e preoccupante. Di notevole spessore è la famosa serie TV Tredici che racconta come finisce la vita di una giovane studentessa. Gli episodi sono scanditi dal susseguirsi di audiocassette registrate dalla protagonista in cui vengono raccolti tutti gli elementi di come una ragazza bella e intelligente diventa oggetto di bullismo, di come lei si sente e di come i suoi compagni di scuola la maltrattano o non riescono fare nulla perché il peggio possa accadere.

Neppure la famiglia o chi si innamora di lei riesce a riconoscere e fermare quel dolore che la uccide. Senza entrare nei particolari per chi volesse guardare questa serie tv, è bene sottolineare che anche in presenza di strumenti e affetti che abbiano il potere di evitare il peggio, non vi sia stata via di uscita, in quanto di solito il bullo con uno o più alleati agisce su chi percepisce debole e solo. Gli altri compagni non intervengono rimanendo neutri e lasciando quindi, in silenzio, spazio all’azione violenta.

La giovane protagonista infatti non percepisce il gruppo dei compagni, non registra una audiocassetta per tutti, ma una per ogni persona che non ha fatto nulla per lei.

Stiamo vicini quindi ai nostri giovani non sottovalutando alcun segnale, anche se ci sembra insignificante, senza tuttavia essere invadenti, altrimenti perderemo ogni canale di comunicazione.


La Forza della Mente

«Blue whale» l’horror che diventa realtà

di Marica Malagutti



È possibile che una persona nell’ombra, nascosta dietro il suo monitor porti giovani vite al suicidio muovendo le fila di un gioco horror che diventa realtà?

Sembrerebbe proprio così.

Arriva infatti dalla Russia anche in Italia il gioco online Blue Whale di cui ha parlato in modo approfondito la stampa, ma anche e soprattutto il noto programma televisivo “Le Iene”.

E non pensate che anche la nostra regione ne sia immune, pare infatti che in un comune dell’Alto Adige, alcuni casi di suicidio, possano essere riconducibili a questo folle gioco che fino ad ora ha portato ad oltre 200 morti per suicidio accertate dal 2013 ad oggi.

La chiave del gioco è far sentire apprezzati e importanti adolescenti depressi e confusi, che trovavano nelle sfide un senso di gratificazione, seppur perverso. “Ho fatto morire quelle adolescenti, ma erano felici di farlo” ha commentato lo studente, che in carcere continua a ricevere lettere d’amore dalle ragazzine adescate su VK. “Per la prima volta avevo dato loro tutto quello che non avevano avuto nelle loro vite: calore,comprensione, importanza”.

Il rischio di emulazione è altissimo, avvertono gli psicologi e visto il contagio virtuale, nessuno Paese può considerarsi immune dal Blue Whale.

Interessante è porre attenzione sul nome di questo gioco che coincide con quello di un animale, ovvero la balena blu, un cetaceo, il più grande sulla terra che, se si smarrisce da solo o in gruppo, si arrena sulla spiaggia e muore, proprio come i ragazzi smarriti, che entrano in contatto con il così detto curatore.

Questa persona, per far breccia sugli adolescenti, utilizza meccanismi frequenti e molto potenti in questo periodo della vita: il patto del silenzio, la sfida e la confusione tra il bene e il male.

49 comandi prima del suicidio. La cinquantesima regola infatti è: “Saltate da un edificio alto. Prendetevi la vostra vita”. Accostare l’immagine della morte con quella del poter prendersi la propria vita è un’azione tremenda o meglio malefica e il curatore certo non la mette nè all’inizio, ma neanche a metà del percorso.

Vi deve essere un allenamento che inizia graduale anche se in modo forte. La prima regola comanda già un’incisione, un atto di coraggio, un patto di sangue: “Incidetevi sulla mano con il rasoio “f57″ e inviate una foto al curatore”. Vi è quindi una verifica, un controllo che il tutore ha sulla propria “preda” reclutata con estrema facilità con un semplice computer o telefonino.

Nell’elenco mortifero vi sono inoltre comandi come quello di alzarsi presto, alle 4, 20, forse perchè la volontà ha un confine più labile con il mondo onirico, quindi vedere film horror è più incisivo come anche salire in alto in cima ad un palazzo può risultare meno difficile.

La regola di vedere film dell’orrore o ascoltare musica inviata dal curatore viene attuata anche di giorno. E in questo frangente, chi vive con il ragazzo o ragazza che gioca a Blue whale, ha l’opportunità di accorgersene come anche quando viene ordinato di non parlare con nessuno per tutto il giorno.

I genitori se stanchi o hanno il sonno profondo possono invece non sentire quello che fa il proprio figlio di notte quando si alza ed esegue ciò che gli viene comandato.

Ma ecco altre regole che all’apparenza sono meno brutali delle altre, ma servono invece come potente rafforzatore dei comandi già inviati e di quelli ancora da elargire. Si tratta delle regole n. 21 e 25 in cui si deve comunicare per skype con un altro giocatore e di avere un incontro con un’altra “balena“. Anche in questo caso il curatore fa breccia su meccanismi mentali giovanili: la creazione di gruppi di simili. Proprio l’adolescenza è il periodo in cui avviene il distacco dalla famiglia e la nascita di nuovi legami con i coetanei che a loro volta rafforzano il distacco dalle figure primarie.

Come difendersi dunque da questo nuovo gioco che sembra fare sempre più vittime?

Verificare cosa fa il proprio figlio quando sembra che sia tutto normale, controllare gli oggetti che usa, i film che guarda e la musica che ascolta e dargli attenzione e affetto più del solito.

Fare in modo, anche se vi sono i normali contrasti tra genitori e figli, tipici di questo periodo della crescita, di essere più che mai alleati a loro, in modo da depotenziare l’eventuale legame con figure negative o addirittura mortifere come i curatori di Blue whale.